I “Pignora Imperii”, gli oggetti magici di Roma

Secondo gli antichi Roma avrebbe custodito ben sette reliquie o oggetti speciali che le avrebbero consentito di sopravvivere e mantenere il potere. Ovidio nei Fasti li definì “pignora imperii“, vere garanzie reali della conservazione del potere. Di questi antichi oggetti oggi non ce n’è pervenuto nessuno, ma ancora nel Tardoantico sembra che fossero venerati o conservati.

Septem fuerunt pignora, quae Imperium Romanum tenent: Acus Matris Deum, Quadriga fictilis Veientanarum, Cineres Orestis, Sceptrum Priami, Velum Ilionae, Palladium, Ancilia.

Sette furono le garanzie che reggono l’Impero Romano: l’ago della Madre degli Dei, la quadriga fittile dei Veienti, le ceneri d’Oreste, lo Scettro di Priamo, il velo di Iliona, il Palladio, gli scudi Ancilia.

M. Servius Honoratus, in Vergilii camina comentarii ad Aen. VII, 188

Bisogna subito notare come questi oggetti, per lo più legati ai miti prefondativi o sui primi secoli dell’Urbe, non siano stati accumulati tutti insieme. Un primo gruppo di oggetti (1, 2, 3) sarebbe direttamente venuto dall’Oriente grazie ad Enea e agli esuli troiani, che adempivano la profezia che imponeva loro di tornare nella terra del loro avo Dardano. Un secondo gruppo (4, 5, 6) è invece composto da artefatti di varia provenienza (Grecia, Sabina, Etruria) e realizzati anche a distanza di molto tempo. Forse questa varietà vorrebbe sottolineare (come d’altronde tutti e sette gli oggetti) la ricchezza di apporti culturali all’identità romana. L’ultimo, l’ago di Cibele, fu l’unico che venne introdotto in età storica per specifica decisione politica del Senato di adempiere ad una profezia dei Libri Sibillini e non v’è alcuna sfumatura mitica sulla sua importazione.

Scudi bilobati (ancilium), 750-730 a.e.v., necropoli di “Casale del Fosso”, Veio, conservato presso il Museo Etrusco di Villa Giulia.

Nel complesso viene da pensare che il valore magico protettivo di questi oggetti miracolosi agisse su più livelli: uno, come accennato, è quello che ribadiva come a Roma le grandi e gloriose civiltà antiche avevano lasciato una traccia importante della loro cultura, il che arricchiva e nobilitava l’umile città dei sette colli rispetto ad ogni altra nazione. In questi oggetti, almeno simbolicamente, erano poste le radici identitarie e genealogiche di Roma, discendente dai Troiani, ma che doveva molto anche ai Sabini, agli Etruschi e ai Greci.

Un altro aspetto è simile al concetto secondo cui i Romani, una volta conquistato un insediamento, invitavano la divinità patrona a venire a Roma (si pensi a Vertumno dopo la presa di Volsinii, ad esempio): una volta dominate le popolazioni da cui venivano gli oggetti (che allo stesso tempo potevano fondare una pretesa territoriale nei loro confronti) se ne acquisiva la forza materiale e spirituale.

C’era senz’altro anche un peso religioso, legato al favore delle più potenti divinità dell’antichità, che, come vedremo, erano legate ai singoli artefatti. Il loro possesso evidentemente era foriero di fortuna perché gli dei, intimamente legati a questi, apprezzavano la meticolosa custodia e ne proteggevano le sedi. Ovidio ed altri autori latini usarono proprio il termine pignora, forse un po’ rigido, ma che richiamava proprio le garanzie reali offerte nel contratto di mutuo. Da ciò scaturisce un’idea risalente del potere, scaturente da un vero contratto tra uomo e divinità, fondato sulla stabilità e sulla certezza che questi oggetti si conservino presso un luogo umano.

Enea fugge da Troia, Ludovico Carraci, 1585, affresco conservato presso Palazzo Ratta a Bogna. Si noti la statuetta stretta dal vecchio Anchise: trattasi del Palladio.

Il numero di sette non è certamente casuale, specie per Roma. Numero magico esoterico, si ritrova anche nel numero di colli su cui l’Urbe fu fondata, nel numero di re che ebbe, nel numero di testimoni che occorrevano per affinché alcuni atti giuridici fossero validamente esplicati e così via.

Passiamo ora ad una rassegna degli oggetti, ordinati in senso cronologico:

  1. Lo scettro di Priamo: il simbolo del potere della potente città di Troia/Ilio venne salvato dalla distruzione e dal saccheggio e venne portato a Latino da Ilioneo per conto di Enea in segno di pace e come garanzia di alleanza. Forse era conservato sul Palatino.
  2. Il velo di Iliona: era la moglie del re di Tracia Polimestore, tessuto in acanto e donato da Leda ad Elena per le sue nozze, l’occasione in cui il velo giunse a Troia. Polimestore uccise Polidoro, fratello della moglie, ma Iliona riuscì a vendicarsi assassinando il marito. Non ci sono noti miti specifici circa il suo arrivo in Italia, ma idealmente dovette seguire il flusso di profughi troiani. Simbolicamente forse rappresentava l’intangibilità dell’innocenza e della giustizia.
  3. Il Palladio: doveva essere una statuetta lignea, meno probabilmente d’avorio, alta tre cubiti, che in Grecia equivalevano a circa un metro e mezzo, raffigurante Pallade, l’amica libica di Atena, morta per una disgrazia. La stessa dea intagliò la statuetta e assunse l’epiteto di “pallade“. Secondo il mito l’opera originale avrebbe ritratto Pallade col petto coperto dall’egida e con una lancia nella destra e una rocca e un fuso nella sinistra. Elettra, figlia di Atlante e Pleione, venne violentata da Zeus, e durante l’atto il sangue imbrattò il Palladio, suscitando l’ira della dea, che scaraventò sulla terra Elettra e la statuetta. La poveretta però consegnò l’oggetto al figlio Dardano o, secondo altri autori, questo venne recuperato da Ilo, venendo consigliato da Apollo di conservarlo, poiché forza e potere avrebbero sempre accompagnato la dea, dovunque la statuetta andasse. Così, affinché Troia cadesse, era necessario che qualcuno rubasse il Palladio, così se ne occuparono Ulisse e Diomede. Apparentemente ci riuscirono, ma non tutti gli antichi erano sicuri: secondo Arctino di Mileto, citato da Dionigi d’Alicarnasso, Diomede avrebbe preso un falso, mentre l’originale era portato in salvo da Enea. D’altro canto anche la versione che vorrebbe che il colpo fosse andato a segno ammette che Diomede rese ad Enea il simulacro sul suolo italiano. In seguito il Palladio fu conservato presso il tempio di Vesta per ordine di Numa Pompilio: solo la Vestale massima sapeva quale fosse l’originale, mentre erano esposte solo copie. Nella tarda antichità si persero le tracce del Palladio: secondo alcuni venne sepolta sotto la colonna di Costantino a Costantinopoli, mentre per altri venne distrutto dalle stesse Vestali nel 394 e.v. per evitarne la profanazione.
  4. Le ceneri di Oreste: il noto eroe greco, che aveva vendicato il padre uccidendo Egisto e la madre Clitemnestra, trovò la morte presso Ariccia, fuggendo dalla Erinni. Ifigenia, sua sorella, cremò la salma e pose l’urna nel bosco di Diana Aricina. Qualche secolo dopo le ceneri vennero portate a Roma, sotto la soglia del tempio di Saturno, vicino al tempio della Concordia. Oreste, che ha rappresentato la contrapposizione vivente tra diritto di natura e diritto umano, che, malgrado avesse avuto dalla sua il consenso di Apollo e di Atena, continuò ad essere perseguitato, rappresentava da morto una sorta di placido equilibio tra i due elementi, realizzazione della pax deorum.
  5. Lo scudo ancile: Giove inviò dal cielo uno scudo bilobato e Numa Pompilio, direttamente o per il tramite della ninfa Egeria, lo raccolse. Secondo gli aruspici questo scudo avrebbe garantito a Roma la salvezza e il mantenimento del suo potere contro i nemici, ragion per cui Numa ne fece fare altre undici copie da un noto fabbro, Mamurio Veturio, già artefice della statua bronzea di Vertumno nel vicus Tuscus, affinché nessuno potesse rubare quello vero. Gli scudi vennero custodini nella Regia, nel sacrarium Martis, affidati al collegio sacerdotale dei fratres Salii, i quali ogni anno il 14 (secondo il bizantino Giovanni Lido il 15) marzo sfilavano danzando in processione con gli scudi appesi battendoli e colpendo anche una pelle di bue, quasi ad imitazione del lavoro di cesellatura del fabbro, di cui si rievocava la cacciata dalla città. Interessante è che, secondo Properzio, Mamurio sarebbe stato Osco, mentre per Servio (Serv. Aen. 8, 285) era forse etrusco, perché accostato al re Morrius di Veio, fondatore dell’ordine dei Salii e avrebbe addirittura realizzato le copie del Palladio.
    La natura divina di quest’oggetto, caduto dal cielo, è pari a quella del Palladio e forse doveva rivendicare a Roma la medesima importante predilezione divina che aveva avuto Troia. Il forte legame mitico con la figura di Numa Pompilio forse ne attribuirebbe l’introduzione ai Sabini, ma non va neppure ignorato che effettivamente a Veio di scudi bilobati ne sono stati trovati diversi e questo avvalora la testimonianza, seppur tarda, di Servio.
  6. La quadriga di terracotta di Veio: Tarquinio il Superbo alla fine del VI sec. a.e.v. progettava di rendere Roma una città degna di rilievo mondiale e fece costruire il grande e noto tempio di Giove Capitolino, sul cui frontone doveva svettare trionfante una quadriga fittile realizzata dal noto coroplasta veiente Vulca. Effettivamente in quel periodo l’Etruria era all’apice della sua produzione coroplastica, ma il fatto portentoso è che la scultura nel forno si gonfiò al punto che per trarla fuori fu necessario distruggere il camino. Questo fu interpretato come un vero omen, un presagio di grande prosperità.
  7. L’ago di Cibele: il 4 aprile del 204 a.e.v. il Senato fece giungere a Roma dall’anatolica città di Pessinunte il betilo nero, forse di pietra meteoritica, sacro a Cibele, la Madre degli dei, poiché i Libri Sibilini lo avevano consigliato per scongiurare che Annibale vincesse la guerra. La pietra era conservata nel tempio della dea sul Palatino ed essendo un betilo racchiudeva in sé la stessa divinità. Il cristiano Arnobio (Adversus gentes, VII, 253) afferma che fosse: “una pietra di non grandi dimensioni, di ferro, esente da qualsiasi elemento fatto da mano umana, di color nero, diseguale e con protuberanze di materiale grezzo e rude, che tutti noi oggi possiamo vedere nella bocca della statua della dea“.

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